Ode al cappero selargino

Il cappero NON è un dettaglio. Nella sua semplicità il cappero si lega alla pizza in modo quasi magico. Come mai? In termini “organolettici” offre una spalla di sapidità alla tendenza dolce della mozzarella e all’acidità del sugo. Con parole un po’ più povere… l’è bono! Ma bisogna trovare quello giusto. Un cappero qualunque sa solo di sale mentre quello di qualità apporta una grande aromaticità alla pizza che è quel “qualcosa” che ci fa ricordare e amare la famosa capperi e acciughe. 

Il cappero più famoso in Italia è senz’altro quello di Salina, nelle isole Eolie (ci siete stati? Andateci perchè sono una favola, ma non ad agosto). Quelli di Salina sono addirittura un presidio Slow Food. In Sardegna invece, precisamente a due passi da casa, a Selargius abbiamo una gemma che pochi conoscono: il cappero selargino. Non è ancora annoverato come presidio ma è già sull’Arca Del Gusto, che censisce i prodotti tipici a rischio estinzione.

Presìdi e arche a parte, ciò che conta è la grande qualità di questo cappero, coltivato ormai solo da un eroico Marco Maxia al quale va l’importante merito di aver creduto nel valore di questo prodotto. Leggete la storia del cappero selargino nel report Slow Food.

Noi li usiamo nella nostra Pizza Tàpparas, se volete acquistarli abbiamo trovato questo sito: amazingfood.it/it/cappero-selargino-marco-maxia

Roberto Carta

Co-titolare Grains

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